sta solo soffrendo fisicamente?
In questi ultimi giorni, due distinte occasioni, mi hanno portato a riconsiderare, non solo la mia azione, ma addirittura quella che è ultimamente è una filosofia di vita.
La prima, mettendo in discussione i metodi di recupero comportamentale che comportano situazioni limite che prevedono ad esempio, l’isolamento dell’animale dal suo ambiente, ossia la vita stessa del canile, considerando tale pratica un’inutile sofferenza nei confronti del soggetto, non teneva per nulla in considerazione che, molto probabilmente, quel cane sarebbe rimasto nelle medesime condizioni per tutta la sua vita se non si fosse intervenuti per migliorarne gli aspetti più importanti, che con tutta evidenza, mostravano i segni di una sofferenza psichica, ad esempio stereotipie, ansia da paura, quando non addirittura di fobie.
L’antropomorfizzazione tuttavia non finiva lì, la critica si estendeva anche all’uso dei farmaci per la cura di gravi problemi, quali ad esempio aggressività ed appunto, le fobie, ritenendone l’uso un sistema per porre in una sorta di limbo mentale il soggetto, obbligandolo farmacologicamente a “non nuocere” e a “sopportare”.
Le spiegazioni, in questo caso, non servono, ma solo perché sono in ogni caso rifiutate d’acchito.
La verità, penso, e che tale concezione molto “umana”, sia talmente profonda, che è quasi impossibile da rimuovere e ci si lascia, convinti ciascuno delle proprie idee.
Se si comprendesse che l’utilizzo di molecole farmacologiche, se utilizzate correttamente, non hanno certo l’intenzione di estraniare il soggetto, ma rendere più attivo nell’assorbire in modo migliore e proficuo, le tecniche di controcondizionamento o lo stesso le tecniche utilizzate per il raggiungimento del fine ultimo, far superare al soggetto, quelle problematiche che si sono presentate in un certo momento della loro vita.
La cosa più indisponente è che queste persone giustificano, addirittura usano tali farmaci per attenuare le loro piccole, grandi ansie, le difficoltà nel prendere sonno, l’importante è il miglioramento del loro senso di benessere, utilizzando il farmaco non come un ausilio temporaneo per il superamento di un momento, ma come uno stordimento necessario per “vivere”.
Certo, queste discussioni non sono piacevoli, almeno fino a quando non assumeranno la forma di un dialogo, aprendo la mente e non erigendo barriere preconcette.
Il professor Severino Andreolli, noto psichiatra, intervistato la scora sera sullo spaventoso caso dei fratellini di Gravina di Puglia, ha cercato di porre l’attenzione sulla sofferenza psichica che ha preceduto l’atroce morte dei due piccoli, differenziandola dalla sofferenza fisica, da tutti accettata e compatita, ma ponendola in ugual misura, sullo stesso atroce piano.
Fratture, ferite, freddo, fame, non solamente equiparate alla sofferenza dell’essere consapevoli d’essere soli, la paura del buio e della solitudine, dall’ansia atroce per la riconquista della libertà, per la fuga da quel posto orribile, sconosciuto, ma messe insieme, senza graduatorie, senza esclusive.
Certo, da parte mia, potrebbe essere un abuso aver portato quest’esempio, ma è solo per riportare quella che è la sofferenza psichica ad essere adeguatamente presa in considerazione.
Se ci occupiamo di animali non possiamo ignorare la sofferenza psichica, solo perché personalmente non riusciamo a caratterizzarla o misurarla, o addirittura, non riusciamo neanche a descrivere adeguatamente.
Non voglio equiparare la sofferenza psichica umana con quella degli altri animali, ma molte volte è impossibile ignorare che sono troppe le similitudini, se la sofferenza è la risposta ad uno stimolo negativo al mantenimento del benessere, sarebbe troppo presuntuoso pensare che l’animale non soffra o soffra meno, quando il suo benessere psicologico dovesse ricevere un insulto dall’ambiente in cui si trova a vivere.
Invito tutti a riconsiderare questo tipo di sofferenza, che solo chi, sfortunatamente, ha avuto modo di provare, oppure si è trovato vicino a qualcuno colpito da questa, comprende, rendendosi conto che alleviarla è un dovere per chiunque si occupi degli esseri senzienti.