Nell’home page, avendo avuto, probabilmente, il presentimento che alla fine, qualche polemica a riguardo sarebbe intervenuta, ho cercato di spiegare chi è un comportamentalista, ma anche chi non lo è, ho evidenziato le doti e le conoscenze necessarie.
Conscio del fatto che il termine di consulente comportamentale non è tra le professioni tutelate (veterinario, medico, farmacista, commercialista, avvocato, ragioniere, ecc.) ognuno si può qualificare con questa definizione (come pure assistente veterinario, addestratore, educatore, zooantropologo, ecc.) senza incorrere in problemi legali, se non quelli che in ogni caso derivano dall’espletamento di tali professioni, quindi la responsabilità nei confronti degli animali e soprattutto dei proprietari che a lui si rivolgono, e quelli d’ordine fiscale.
Non avrei mai pensato che questa professione, pur essendo “libera”, fosse così inflazionata, non solo da sedicenti comportamentalisti non titolati che vedono in quest’ambito una possibilità da sfruttare, incuranti dei danni che arrecare a questa nuova scienza.
Certo sono parole che riempiono la bocca e le orecchie: comportamentalista, zooantropologo, etologo, a qualcuno anche le tasche.
Il fatto nuovo, strano, che sto purtroppo verificando, che addirittura categorie professionali protette, se ne stanno appropriando, incuranti del fatto che proprio il fatto d’essere professione protetta, impedisce loro di qualificarsi con termini generici e non conseguiti ufficialmente in corsi, master, specializzazioni ufficialmente riconosciute.
La cosa più strana che, almeno nella nostra Provincia la guerra è già stata dichiarata, guarda caso, contro di chi sta affrontandone lo studio al massimo delle attuali conoscenze, qualcuno, per avvalorare la propria professionalità nel settore, ha sottolineato che studia comportamentalismo da almeno cinque anni, ma non ha portato alcuna documentazione che lo attestava, dimostrando, proprio nei fatti la superficialità della sua preparazione specifica.
Ho mentalmente calcolato per quanti hanni ho studiato la lingua inglese, almeno per sette anni, posso considerarmi inglese, o affermare di saper parlare l'inglese? Penso proprio di no, aver studiato non è sinonimo di aver imparato.
Nessuno ha mai pensato di rivolgere le proprie artiglierie contro quelli che maltrattano gli animali, che utilizzano sistemi coercitivi, dolorosi, che creano i veri problemi comportamentali, a seguito di un errato addestramento, quanti hanno pensato di rivolgere ai propri clienti osservazioni sulla gestione errata dei propri animali che creano sofferenza psicologica. Contiamoli.
Altra grave constatazione, quanti di questi comportamentalisti hanno effettuato la scelta essenziale che qualifica il loro operato in questo settore, ma soprattutto quanto siano riusciti a renderne edotti i loro clienti, indispensabili in qualsiasi azione di recupero comportamentale.
Ma qual'è l’approccio con cui ci si avvicina al cane o al gatto, o al cavallo, è un approccio zootecnico, in altre parole vede l’animale come una macchina, che ha delle performance che l’uomo può utilizzare per la sua affermazione, è un animale da……., da caccia, d’allevamento, da compagnia, da difesa e così via.
Qualche volta si pensa di farlo accompagnare da un libretto d’istruzioni, solitamente astruso e difficilmente consultabile, che, in caso di “cattiva risposta”, solo un meccanico esperto riesce, forse, a registrare, ma non a far capire, una macchina non si capisce, si usa, si sfrutta al massimo, si rottama, quando comincia ad avere problemi o è vecchia.
Purtroppo, questa è la teoria imperante, che, purtroppo, negli ultimi tempi è divenuta ancora più subdola, avendola qualificata come, gentile, soft, zooantropologica, ecc., ma rimane il problema principale, la visione cartesiana dell’animale macchina che non pensa, che non ha emozioni, appunto, UN ANIMALE DA .....,.
Altrettanto pericolosa anche la visione antropomorfistica, che affidando agli animali le nostre stesse sensazioni, risparmia la fatica di capire cos’è effettivamente un animale, di affiliare l’animale nella propria famiglia, accogliendolo non come uno di noi, ma come un altro indiividuo, che abbiamo il dovere di capire nelle sue esigenze, nel suo linguaggio, totalmente diverso dal nostro, forse anche più ricco, poichè affida la comunicazione a sistemi molto complessi come l'olfatto, la vista, il linguaggio para verbale, sottovalutato ed ignorato anche nell'uomo, e con l’umiltà di non considerarci al centro del mondo, ma insieme al mondo.
La cosa inquietante è proprio quest'uso improprio, fraudolento quasi, del termine zooantropologo, che come tutte le parole ha un significato. In questo caso il significato letterale del termine può essere fuorviante. Infatti traducendolo letteralmente significa studio del rapporto animale e uomo, ma non vuol dire molto.
Ciò che significa esattamente è: studio e la comprensione dell'alterità animale, vista come risorsa reciproca di comprensione e di partenariato, a cominciare dai più antichi, il cane ed il gatto per finire ai nuovi pets.